La storia di un’acqua dimenticata
Una partenza incredibile e devastante. Ho sentito la superficie dell’acqua esplodere quando il pesce l’ha squarciata e, senza curarsi di me, è schizzato verso l’albero. Nello stesso istante, con la canna piegata al limite delle sue possibilità, indietreggio e tengo ferma la bobina del mulinello.
Se esiste il periodo ideale per pescare pesci diffidenti, è proprio maggio, il mio momento preferito dell’anno, almeno dal punto di vista di una mente da pescatore.
È passata esattamente una settimana da quando sono tornato dalla prima spedizione più lunga e sto già programmando la seconda, anche se la verità è che i piani per maggio li sto intrecciando quasi dalla fine della stagione precedente. Cerco di infilare in quel mese quante più spedizioni lunghe possibile, con la speranza di centrare proprio quel momento, quella giusta temperatura dell’acqua, semplicemente di trovarmi nel posto giusto al momento giusto. I pesci, appena prima della frega, perdono la loro diffidenza e alcuni esemplari si possono portare sull’amo solo in questo periodo, per non parlare del loro peso.
Arriverà dunque adesso?
È questo il momento giusto?
A volte vorrei abitare proprio accanto a qualche acqua migliore, quanto invidio i pescatori che hanno Orlík, l’Elba o la Dyje subito lì. Vysočina, da questo punto di vista, è morta; per andare a pesca è tutto lontano, quindi, con il minimo di informazioni, è sempre un po’ una scommessa alla lotteria. Una scommessa le cui possibilità ci sono state ridotte ancora parecchio dalla scelta degli spot dopo l’incidente con la guardia pesca della settimana scorsa. Per noi, quindi, una gran parte dei posti esce dai giochi.
Dove andare, allora? Michal può solo nella Moravia meridionale, e per di più soltanto venerdì dopo il lavoro. Tutto rema contro, ma qualcosa dobbiamo pur inventarci.
Io preferisco il fiume, lui un’acqua ferma; io, se proprio deve essere un’acqua ferma, allora un piccolo spot sperduto, mentre lui sceglierebbe più volentieri il bacino inferiore del sistema di Nové Mlýny, spesso indicato come D5. Così comincia la nostra giostra di idee e discussioni. Lui è ottimista, io piuttosto realista, con un po’ di pessimismo nel sangue. I primi piani, quindi, il collega li spinge proprio verso D5, solo che a me non va di rischiare la ricerca di un posto sul bacino inferiore completamente occupato e, in più, possibili problemi con il bivvy, per non parlare della mia avversione per i rod pod. La proposta successiva cade allora su Bulhary, ma alla fine rinunciamo anche a quella per via dei problemi con l’area protetta e il bivvy. Quindi, se riassumo molto tre giorni di vortice di idee, vince la confluenza tra la Jihlava e la Svratka; i pesci dal bacino centrale del sistema di Nové Mlýny, originariamente indicato come D6, sicuramente ci entrano, e io ho il mio fiume. Alla fine riusciamo a cambiare anche la data di partenza, perché Michal si libera già giovedì dopo il lavoro. Io, grazie alla solita limitazione dell’attività lavorativa, lavoro solo fino a mercoledì, quindi ho tutto il giovedì mattina per preparare le cose con calma.
La silenziosa alchimia della pesca
Ho riflettuto a lungo su cosa preparare da portare con me e in quali quantità, ma alla fine punto sulla certezza collaudata. Riempio il primo secchio fino all’orlo con tutti i diametri del vertice assoluto per i pesci importanti: il leggendario Odyssey XXX. Nel secondo secchio, poi, mescolo ciò che di più catturante conosco, e cioè senza dubbio Pacific Tuna. Per sicurezza aggiungo qualche cosa per il tuning, compresi i liquid, e non dimentico una gamma variopinta di pop-up.
Come ho accennato nell’articolo precedente, mi piace ritoccare leggermente le boilies, e così mi si aprono possibilità praticamente illimitate di inneschi e pasture, senza dovermi portare dietro inutilmente troppi tipi di pastura. Mentre preparo le cose, mi frulla in testa che mi manca il particle, e così metto ancora a cuocere due o tre chili di tiger nut, che bagno con betaina. Adesso sono davvero completamente pronto.
Dopo le due del pomeriggio arriva Michal. Come sempre, tutto in fretta in macchina, comprare ancora qualche provvista e si parte. Il viaggio sulla D1 è lungo e spinoso; lo stato attuale non serve descriverlo, questa autostrada è conosciuta in tutta Europa. Ma ce l’abbiamo fatta e finalmente arriviamo alle acque della Moravia meridionale.
E adesso comincia il vero divertimento. Tra strade e non strade, campi e non campi, ci apriamo la via verso la Svratka attraverso boschi e carrarecce distrutte. La nostra scelta avrebbe fatto felice più di un appassionato di off-road o un carrista. Quando finalmente scorgo il ponte sul fiume, so che ci siamo quasi. Il cuore esulta, ma solo finché non mi guardo intorno. È pieno. Fin dove arriva lo sguardo. Forse da qualche parte si troverebbe ancora qualcosa, ma non è questa la pesca che cerco.
Proseguiamo verso il fiume Jihlava, ma anche lì si ripete lo stesso scenario. Tentiamo la fortuna anche più a monte, controcorrente, ma il posto non ci colpisce particolarmente. Arriva quindi il piano B: provare l’affluente del bacino superiore del sistema di Nové Mlýny, conosciuto tra i pescatori come D7.
Torniamo quindi indietro verso la civiltà passando per il tankodromo e scendiamo all’affluente. Solo che, se al bacino centrale era pieno, qui va in scena qualcosa di indescrivibile. Tutto l’affluente fino a Drnholec è costeggiato da bivvy e perfino da grandi tende. La gente beve, griglia. Intorno, un campo di auto che non si riuscirebbe nemmeno a contarle.
Temo che questo finirà per smuovere ancora di più una situazione già tesa. E che qui nessuno riuscirà mai più a pescare normalmente. Ma adesso che si fa?
Così, lungo la strada attorno all’acqua sovraffollata, arriva il piano C…
Piano “C”
Michal frequenta ormai da diversi anni una piccola acqua dimenticata. Non è proprio dietro l’angolo, ma non ci va quasi nessuno e lì regna la quiete. Tutto intorno c’è una natura splendida e, naturalmente, qualche carpa dimenticata. Ci è chiaro che forse su quest’acqua tutto dipenderà da un solo pesce, ma ogni carpa di questa località che si avvicini almeno alla soglia dei 10 kg avrà lo stesso valore di una da 25 kg del bacino inferiore di Nové Mlýny.
Arriviamo all’acqua solo verso sera e piuttosto stanchi. Il posto su cui avevamo messo gli occhi, come previsto, è libero, quindi possiamo iniziare a preparare il campo. In pochi istanti, ormai a memoria e forse anche un po’ meccanicamente, montiamo i ripari e prepariamo le canne. Solo adesso, ripensandoci, mi viene da sorridere davanti al sistema che ho ormai dentro da molti anni. Monto sempre tutto nello stesso modo: dormo sempre nella stessa posizione, ogni pezzo dell’attrezzatura ha il suo posto. Semplicemente mi piace così. E ha una sua logica: un sistema ordinato mi facilita il lavoro quando c’è fretta, e ancora di più al buio.
All’ultimo momento, con gli ultimi residui di luce, scelgo due punti per i miei terminali. Considerato l’aspetto naturale di quest’acqua, è un paradiso in sé: alberi caduti ovunque e ceppi che spuntano dall’acqua. L’unico svantaggio, o forse anche vantaggio, è la profondità: l’acqua davanti a noi, dopo molti anni, è talmente insabbiata di fango che in alcuni punti peschiamo in appena 30–50 cm. Il fango qui è nero e ha un odore molto forte.
Un po’ al limite
Il primo punto per la mia canna di sinistra lo scelgo vicino a un albero caduto sulla sponda opposta, a circa 60–70 metri. La seconda canna andrà verso la sponda scavata di fronte. Entrambi i punti sono buoni, ma a quello di sinistra, vicino all’albero, credo in qualche modo di più. Per questa canna preparo un terminale con trecciato rigido rivestito Synx Stiff Coated Braid Dark da 25 lb e un amo Wide Gape Straight misura 6. Come piombo prendo il più leggero che ho, in questo caso 64 g. Dal fango estremo non mi salverà nemmeno il PVA.
Sotto l’amo innesco una Pacific Tuna da 18 mm, leggermente alleggerita con mezza pop-up dello stesso gusto. Per far risaltare l’esca su quel fango puzzolente, bagno ancora il montaggio nel dip Pacific Tuna. Aggiungo qualche pellet nel PVA e spero che il piombo leggero affondi al massimo nello strato morbido superiore del sedimento. Tutto parte, con il filo in clip, dritto verso l’albero.
Michal dice che sto rischiando troppo, ma io credo nella mia strategia: mando il montaggio al limite, appena a un metro dall’albero caduto. Frizioni chiuse al massimo, canne il più vicino possibile al riparo; voglio riuscire a raggiungerle quasi dal lettino. La seconda canna, con un montaggio simile, solo con trecciato Coretex Matt da 25 lb, la innesco con una pallina di Equinox che ho da qualche mese a bagno nel Liquid Hot Chorizo. Da sola, assicurata con una calza in PVA, la mando verso l’altra sponda. Sul punto vicino all’albero lancio ancora con il cobra due manciate di Pacific e, completamente sfinito, vado a stendermi.
Sono le dieci di sera e sono così stanco che non riesco a tenere gli occhi aperti. Penso di recuperare di nuovo le canne: tanto fino a mezzanotte non arriverà nulla. Sto lentamente decidendomi… Ed è proprio in quel momento che parte la mia canna di sinistra. O meglio, “parte”: l’avvisatore si illumina e forse fa anche un beep, ma la frizione chiusa a sangue fa solo sì che la canna si pieghi come un arco. Sollevo rapidamente la canna e, senza recuperare, indietreggio allontanandomi dall’albero, tenendola in una splendida parabola. Dopo qualche fuga tra i rami dell’albero, il pesce lascia l’ostacolo e riesco a portarlo in acqua libera.
La trazione è forte e continua. La taglia non riesco ancora a stimarla, ma sento già che si comporta in modo strano. Ma quale pesce non si comporterebbe in modo bizzarro in un fondale così basso e pieno di fango? Al guadino, però, scopro la vera causa: il Pacific è piaciuto a un siluro di quasi un metro. Visto che ho già la canna fuori, torno a pensare di appoggiarla soltanto, recuperare anche l’altra e andare a dormire. Tanto lì i siluretti avranno già aspirato tutto.
Alla fine mi faccio forza e rilancio la canna. E faccio bene. Mezz’ora dopo il lancio, poco dopo le undici di sera, arriva un’altra partenza, di nuovo sulla canna di sinistra. Già dal combattimento capisco che questa è una carpa. E non piccola. La trazione è continua e forte, il pesce mi passa sotto i piedi e continuo a non sapere con chi ho l’onore. Dopo qualche fuga decisa mi entra nell’albero vicino alla mia sponda. Per fortuna i rami sono solo in superficie, e così, con la punta della canna sul fondo, riesco a tirarlo fuori.
Finalmente lo vedo: una splendida carpa a scaglie, lunga. Alla luce della frontale è difficile stimarne il peso, ma 7 kg li ha di sicuro. Una cattura splendida in così poco tempo, su un’acqua così difficile.
Finalmente ce l’ho nel guadino e voglio osservarlo per bene. Ma ogni volta che lo illumino, si spaventa e quasi mi distrugge il guadino. Un vero estremo. Ogni volta scatta in modo tale che per un attimo finisce tutto fuori dall’acqua, come un amur che riesci a guadinare al primo colpo. Lo sollevo sul materassino e già adesso so che è davvero lungo e ha anche peso. Decisamente più di 7 kg, a occhio sui 10. Non devo nemmeno misurarlo: il materassino è lungo esattamente un metro e il pesce è proprio così lungo. E il peso? Per fare cifra tonda: 11 kg precisi. Un pesce bellissimo e forte.
Cerco di non stressare la carpa, la srotolo con l’assistenza della videocamera e subito di nuovo in acqua.
La carpa si allontana lentamente e io non rilancio nemmeno più, anzi recupero subito anche la seconda canna. Ironia? Fino a poco fa mi stavo addormentando perfino da seduto, e adesso non riesco a dormire. A questo ha pensato l’adrenalina.
La mattina mi sveglia la sveglia alle quattro. Ma non le riesce granché: dal sacco a pelo riesco a tirarmi fuori solo con la luce, circa un’ora più tardi. Come ieri, tutto vola al suo posto; cambio soltanto l’esca con una fresca. Fuori fa freddo, e quelle poche ore di sonno non sono davvero bastate, quindi mi infilo di nuovo nel sacco a pelo con l’idea di recuperare almeno un po’ di sonno.
Solo che i pesci hanno altri piani.
Nemmeno un’ora dopo riparte di nuovo la canna vicino all’albero caduto e vado su un’altra carpa. Questa volta decisamente più piccola, ma ancora più selvaggia. La carpa cerca un ostacolo dopo l’altro e io la porto fuori da ciascuno, uno alla volta, fino al guadino. Lì facciamo ancora qualche giro prima che si arrenda e sia mia. Di nuovo una carpa a scaglie, a occhio 5–6 chili. La libero rapidamente dall’amo e la rimetto in acqua.
La canna vola di nuovo verso l’albero e io provo a riaddormentarmi. Macché. Entro un’ora, un’altra partenza. Questa volta la trazione è quasi impercettibile: forse un breme. Alla fine ne viene fuori un carassio niente male.
Mi è chiaro che ormai di recuperare sonno non se ne parla. Vado quindi a prepararmi la colazione e cerco di capire come spremere ancora qualche carpa da questi bassi fondali durante il giorno. Di giorno, infatti, qui di solito non sono molto attive.
Ma durante questi ragionamenti comincia a distrarmi un suono preciso, che a ogni istante mi innervosisce sempre di più. Tutt’intorno, fin dal primo mattino, i pesci stanno fregando. E dal frastuono e dalle dimensioni… sembrano carpe!
Adesso la domanda è: stanno iniziando o stanno finendo?
Ha senso continuare a pescare, o spostarsi di nuovo altrove?
Durante questi ragionamenti e mentre mi preparo il caffè, mi interrompe di nuovo una partenza dall’albero. Un’altra carpetta più piccola, a occhio intorno ai cinque chili. È chiaro: restiamo!
Il punto vicino all’albero è semplicemente il top. Ma cosa fare con la seconda canna?
Devo mandarla anche sul punto produttivo, oppure provare qualcosa di completamente diverso?
Alla fine scelgo la seconda opzione e pasturo il punto di fronte, sotto la sponda, con circa un chilo di tiger nut. Proverò la fortuna con un Chod. Anche se adesso le carpe non si stanno alimentando, la curiosità è il loro nemico. Basta che passino di lì.
Mentre aspetto una partenza, finalmente finisco di scrivere l’articolo della spedizione precedente e, allo stesso tempo, sto già buttando giù anche questo. Un momento libero che è arrivato proprio al momento giusto. Passo il tempo fotografando la natura intorno. Semplicemente una giornata super rilassante. Ovunque calma, solo ogni tanto qualche suono dal bosco o dall’aria.
Me ne sto seduto così, osservando l’acqua, e all’improvviso sento quel tipico fruscio. Pesci in agitazione. E si avvicinano. Piano, ma con decisione.
Poco a poco si avvicinano a noi da dietro la curva. Solo quando sono proprio davanti a noi scopriamo la verità sulle carpe in frega…
Non sono carpe, ma siluri. E decisamente non piccoli.
Si sfregano l’uno contro l’altro e avanzano lentamente attraverso il basso fondale come un lento, pesante groviglio di serpenti giganti. Corpi lunghi, l’acqua che ondeggia, forza. Non ho mai visto niente di simile. Resto lì in piedi, fisso lo sguardo, la testa vuota, completamente muto per lo stupore.
Quando la processione dei siluri passa e la superficie si calma, come a un comando, dal cielo si lancia in picchiata un martin pescatore, sparisce sott’acqua e subito dopo schizza di nuovo verso l’alto. Come se nemmeno lui volesse perdersi quello spettacolo.
Tutto intorno pulsa di vita. Il gracidare delle rane, il tubare dei colombacci, la natura respira a pieni polmoni. Quel contrasto tra la vita sotto la superficie e quella sopra mi trascina più in profondità di quanto mi aspettassi.
Questo è il paradiso
Immóvil, in un impeto di ebbrezza, mi abbandono a questa bellezza. Sento di diventarne parte, qui e ora, in questo pezzo di mondo dove tutto ha senso. È questo l’istante per cui vale la pena vivere. Per quanto cerchi le parole, nessuna è abbastanza precisa.
Ma dopo un po’ da quel silenzio mi strappa via il suono del ricevitore. Finalmente è partita anche la seconda canna. La carpetta è più piccola del carassio del mattino, quindi ho un motivo per cambiare qualcosa. Recupero anche la seconda canna e preparo nuovi montaggi.
Anche se sono soddisfatto del montaggio, aumento l’amo dalla misura 6 alla 4: dopotutto non voglio rischiare di strappare il pesce durante il combattimento tra gli ostacoli. Tutto è pronto e entrambe le canne tornano a puntare verso l’albero caduto. Una più vicina alla chioma, l’altra piuttosto verso la sponda. Entrambe di nuovo al limite. E pasturo ancora con Pacific. È fatto. Adesso resta solo da aspettare.
E come se quello spettacolo naturale non bastasse, poco lontano dal mio riparo un castoro cerca di arrampicarsi sulla riva. Quando capisce che non ce la farà, nuota tranquillo lungo la mia sponda… e mi trascina pure il filo. Incredibile.
Con il crepuscolo arriva una pioggia sottile e io sono seduto nel bivvy, con il tablet in mano, finisco di scrivere questo articolo e aspetto il pesce della notte. Poco fa ho avuto una calata sulla canna destra, ma il pesce non c’era già più. Sto seduto, ascolto le gocce che cadono sul tetto del bivvy e tengo d’occhio di sfuggita gli isotopi negli indicatori. Magari si muoveranno ancora.
Davanti a noi c’è l’ultima ora di pesca. Dal buio si sentono i pesci: dai suoni, in parte carpe, ma per la maggior parte siluri.
Spero che arrivi ancora qualcosa.
Siluro
Sono le 23:20 ed eccoci di nuovo, la sera è evidentemente il momento top per i pesci più grandi. Fino a pochi istanti fa ero seduto sul lettino e scrivevo le righe qui sopra, poi all’improvviso, stacco, e mi ritrovo dentro un combattimento brutale. Naturalmente ancora sulla canna di sinistra vicino all’albero, come altrimenti. La canna era già piegata come un arco sulle forcelle e io non ho esitato, mi ci sono lanciato sopra. Quello che mi aspettava, però, era diverso. Una trazione incredibile e devastante: ho sentito la superficie dell’acqua esplodere quando il pesce l’ha squarciata e, senza curarsi di me, è schizzato dritto verso l’albero. Nello stesso istante, con la canna piegata al limite delle sue possibilità, indietreggio e tengo ferma la bobina del mulinello. Non ho scampo: la trazione è folle. Avrò il battito a 200 e, anche se piove, non sento niente. Non mi importa, adesso comanda l’adrenalina.
Il pesce tira così forte che mi costringe a fare di nuovo qualche passo verso di lui. All’improvviso si libera dall’albero caduto e parte verso l’ostacolo più vicino, che non è altro che un mucchio di rami e un albero nell’acqua dal mio lato. Forse è persino peggio. Mi entra dietro l’albero e io, con la punta in acqua, cerco di farlo passare sotto i rami dell’albero e allo stesso tempo di tirarlo fuori dai rami in acqua. Dai rami è fuori, e subito dopo entra dritto nell’albero poco distante da me. In quell’albero finora mi è entrato quasi ogni pesce. E io ormai so come tirarlo fuori!
Subito dopo, però, cambia tutto. Sotto i rami il pesce comincia a impazzire del tutto, e io capisco già che ho a che fare con un mostro vicino ai 20 chili. La testa enorme e il corpo si sono mostrati in superficie, tra i rami dell’albero, solo per un istante, e in questo caso sarebbe stato decisamente meglio non saperlo. Adesso tremo come una foglia e prego che tutto regga.
Questa può essere la carpa della mia vita! Questa spedizione è incredibile!
Mi appoggio sulla canna con tutta la forza, il filo salta da un ramo all’altro e piano piano si libera. Il pesce si fa strada verso fuori. Dov’è, accidenti, la barca?! Perché uno non ce l’ha qui quando si gioca tutto?!
Il pesce rompe ancora qualche volta la superficie dell’acqua con il suo corpo enorme e, con il suo peso, spezza gli ultimi rami aggrovigliati.
Proprio nel momento in cui sento già quasi quella sensazione di vittoria… all’improvviso la canna mi si affloscia in mano. Ed è tutto finito.
No! Accidenti, perché?! Così vicino… mancava solo un niente.
Distrutto ed esausto, tiro fuori il montaggio dall’acqua. Il trecciato del terminale non ha retto quella trazione e si è spezzato. Non mi stupisce: la carpa ha fatto di tutto e mi ha trascinato attraverso ogni ostacolo che aveva a disposizione. Anche il resto del montaggio, compresa la clip del piombo, è da buttare; la clip è addirittura tagliata a metà. Non so nemmeno quanto sia durato tutto. Mi siedo sul lettino con una sensazione che non vorreste mai provare.
Ma appena mi siedo, si accende il secondo Delkim e la canna si piega di nuovo. Ancora scosso, prendo la canna in mano e indietreggio allontanandomi dal pesce. Anche questa canna è vicino all’albero. La trazione non è così violenta, ma il pesce tenta lo stesso copione. Quando non gli riesce con l’albero accanto al quale sto pescando, ci prova subito con quello sulla mia sponda. Entra di nuovo tra i rami e sembra che stia per perdere anche lui. Non può essere vero…
Il filo salta su qualche ramo e la trazione si ferma. No, non di nuovo! Il montaggio è rimasto incastrato. Cerco di liberarlo con cautela e, all’improvviso, riparte.
C’È ANCORA, NON SI È SLAMATO!
La carpa è in acqua libera e io, senza esitazione, mi appoggio sulla canna. Non devo esitare, non devo darle la possibilità di tornare indietro. In pochi metri affrontiamo un combattimento davvero intenso. Il pesce ha energia da vendere e io assorbo ogni sua fuga solo con il lavoro della canna; qui la frizione sarebbe solo un rischio in più. Alla fine lo guido sopra il guadino e chiudo questo tira e molla.
È esattamente mezzanotte. Difficile immaginare una conclusione migliore del tempo di pesca.
Il secondo pesce non è certo un gigante, è appena sotto i sette chili, ma almeno è una piccola consolazione. Michal mi scatta qualche foto veloce e la carpa torna in acqua.
Normalmente un pesce così non lo fotograferei nemmeno. Rilascio anche pesci più grandi senza pesarli né fotografarli. Ma con questo so già adesso che appartiene a questa storia, anche se ha solo un ruolo secondario, di certo non irrilevante.
Appoggio le canne al bivvy e vado a dormire. Sveglia, come sempre, alle quattro. Ma provate voi ad addormentarvi dopo una cosa del genere. A me riesce forse solo dopo un’ora. La mattina, alle quattro, suona la sveglia e io sono completamente KO. Fuori piove e non ho voglia di fare assolutamente nulla. Sposto la sveglia alle cinque: magari andrà meglio.
Non va meglio. Non imposto nemmeno un’altra sveglia e crollo e basta.
Sono le sette del mattino e finalmente mi sento di nuovo un po’ umano. Il gioco può cominciare.
Preparo nuovi montaggi e li mando di nuovo verso l’albero. Il primo ancora più vicino alla sponda opposta, e il secondo, guarda un po’. Quello lo appendo direttamente all’albero che ho proprio davanti. Probabilmente si è spostato il segno sul filo, oppure ho semplicemente caricato troppo la canna. Provo a liberare il montaggio, e proprio nel momento in cui il filo si spezza, si spezza anche il ramo. Cade in acqua insieme al montaggio.
Pazienza. Vado a preparare un nuovo assetto e lo rimando là, questa volta sul sicuro. Le canne sono pronte, io vado a prepararmi la colazione. Fuori è tempaccio. Non fa che piovere e piovere.
Dopo una colazione tranquilla e piacevole, mi preparo un caffè e rifletto sull’ironia di questo momento.
Per capirci: quasi ogni volta che sono a pesca e vado a prepararmi un caffè, arriva una partenza. Succede così spesso che è davvero strano. Più volte ho cercato una logica o uno schema, ma niente. Forse è semplicemente una questione di orario: quando faccio colazione, quando bevo il caffè… non ne ho idea.
L’ironia in pratica è qui. Esattamente come l’ho appena scritto: appena prendo il caffè in mano, eccoci di nuovo.
Non lo capisco. Quei pesci forse lo sentono, oppure si nutrono davvero alla stessa ora di me 😃.
Il pesce piega la canna fino a togliere il fiato. Si ripete lo stesso copione: indietreggio e tengo il pesce al limite dell’ostacolo. La carpa cerca così tanto di entrarci che più volte schizza fuori dall’acqua. Poi parte di colpo verso destra, e il tentativo successivo di infilarsi nell’ostacolo questa volta riesce. Nonostante tutto, riesco a tirarla fuori. Poi, all’improvviso, finisce dritta nel ramo che avevo strappato poco prima, e su cui ci sono ancora il mio montaggio e dodici metri di fluorocarbon che uso al posto dello shock leader.
Quindi tiro verso di me la carpa ramo compreso, che misura più di due metri.
Incredibile. Ma se fosse facile, probabilmente sarebbe noioso, no?
Quando la carpa è ormai a circa 15 metri dalla riva, decide, come al solito, di dirigersi verso il vecchio ostacolo ben noto. Sì, di nuovo in quell’albero. E per di più con il ramo e il montaggio che si trascina dietro. No, questa non può finire bene. Tra i rami si dimena come una pazza, i rami volano, l’acqua schizza.
Per fortuna, e con un po’ di fortuna, dopo un po’ riesco a liberare la carpa. E non solo: continua a trascinarsi dietro quel ramo. Vicino alla riva finalmente se ne libera e aggiunge ancora qualche fuga d’addio.
Tutto questo, sia chiaro, succede sotto il diluvio più totale. E io, naturalmente, senza impermeabile. Diciamo che non mi ha proprio lasciato il tempo di cambiarmi 😃.
Alla fine il suo viaggio termina nel guadino. Mi butto l’impermeabile sui vestiti bagnati e vado a liberarlo. Un pesce bellissimo, muscoloso. Otto chili, niente pancia. Forza pura.
Scatto solo qualche dettaglio, perché continua a piovere parecchio, e rimando il bell’esemplare nel suo elemento acquatico. Preparo rapidamente una nuova esca e voglio lanciare, ma adesso non si può. La pioggia è troppo forte e senza PVA non voglio rischiare. Appena però l’intensità della pioggia si calma un po’, corro subito a lanciare. Do un colpo di canna e resto a guardare, muto per lo stupore, il montaggio che vola e vola… e vola… e non si ferma.
Che idiota: nella fretta e nell’agitazione non avevo messo il filo in clip.
Così un montaggio mi è tornato indietro e l’altro adesso dondola nella chioma dell’albero. Mi insulto da solo per quanto sono stato stupido. Mi siedo sul lettino e lego tutto di nuovo. E in quel momento parte la seconda canna; e già mentre salto verso di lei, so di aver esitato. Era esattamente quella frazione di secondo di cui la carpa aveva bisogno. Quando finalmente ho la canna in mano, il pesce si dibatte al limite dei rami dell’albero caduto e cerca di liberarsi dal montaggio.
Adesso devo ammettere, almeno in parte, un errore stupido. Fino a questa mattina, infatti, pescavo con piombi a perdere, ma con me ne ho ormai solo quattro di grammatura ragionevole. Quando mi preparavo, nemmeno nei sogni mi sarebbe venuto in mente che le partenze sarebbero state così tante, e adesso sono già tutti in acqua. E probabilmente è stato proprio questo il motivo di questa perdita. Quando la carpa resta senza zavorra, può liberarsi del montaggio solo strappandolo contro qualcosa, oppure riuscendo a liberarsi grazie a un groviglio. Ma se il piombo rimane, può essere proprio quello ad aiutarla: scuotendo la testa o in combinazione con un ostacolo, riesce a scrollarsi via il montaggio da sola.
Tengo quindi il pesce al limite dell’albero, come alcuni dei precedenti. Balla sul posto, salta. La canna è in piena parabola e io aspetto solo di vedere cosa cederà. Il pesce è più grande e più forte del precedente, e so che non riuscirò a tenerlo. Non posso concedergli nemmeno un millimetro di filo, e allo stesso tempo non ho alcuna possibilità di fermarlo.
Succede l’inevitabile. La carpa si libera. E io perdo.
Ma fa parte del gioco.
Non so valutare quanto riesca a trasmettervi le emozioni di questa storia. Ma anche se ci riuscissi nel migliore dei modi, credetemi: non è nulla in confronto a ciò che si vive pescando in un’acqua così complessa.
Quando tieni un siluro di un metro al limite dell’ostacolo, con il filo che passa nell’aria come una corda tesa, la canna piegata a U fino quasi a spezzarsi, e il pesce davanti a te che salta sul posto come un pitbull aggressivo alla catena, cercando a ogni costo di coprire quei pochi centimetri fino all’albero dove si sente al sicuro.
Tutto dipende solo da cosa regge. O da cosa cede.
Una mattanza brutale.
Semplicemente, la forza dell’esperienza.
Concerto
Come ormai sapete, nei giorni precedenti le carpe mangiavano solo di notte e al mattino. Ora, probabilmente a causa del cambiamento del tempo, è tutto diverso. La pioggia si è attenuata nettamente e una partenza segue l’altra. I pesci non sono particolarmente grandi, il loro peso si aggira sui 4–5 kg, ma la loro combattività è incredibile.
Oggi mi si slamano anche più pesci, due o tre di sicuro. Sempre poco dopo la partenza si liberano. Non so perché. È tutto uguale, non ho cambiato nulla. Per fortuna la percentuale di pesci portati a guadino resta comunque nettamente più alta, e tutti perfettamente all’angolo della bocca. Non ha senso pensarci oltre.
Le partenze quindi continuano e addirittura, nel momento in cui smette di piovere, si intensificano ancora. Più volte arriva una partenza subito dopo il lancio. Nel corso della mattinata la pioggia ha lasciato il posto a un vento forte, che spinge l’acqua direttamente verso il mio albero, e con ogni probabilità è proprio questo il motivo di questo concerto di pesci.
Credo che questa sia la migliore spedizione degli ultimi due o tre anni.
Nel corso del pomeriggio, con il vento che va calando, l’attività si spegne e finalmente ho la possibilità di riposarmi un po’. Sono stanco; un ritmo del genere è più da gara che da relax in riva all’acqua. Posso essere contento che stia succedendo tutto di giorno. Ricordo una spedizione di circa quattro anni fa, quando vissi una mattanza simile di notte. I pesci cominciarono dopo il tramonto e smisero solo al mattino; a tratti non riuscivo nemmeno a rilanciare. E anche allora, proprio come adesso, si trattava di pesci dai 7 ai 16 kg. Verso mattina stavo già pensando di appoggiare semplicemente le canne al bivvy e arrendermi. Solo che una cosa così non si può fare.
Vado quindi a riposarmi un po’ e a continuare a scrivere queste righe. Prima, però, preparo montaggi completamente nuovi per la sera, compresi quelli di riserva. Ora l’attività si è fermata, ma di notte mi aspetto che riparta di nuovo. Tutto pronto, articolo aggiornato fino a questo momento, e andiamo ad aspettare.
Dopo le sette di sera dovrebbe tornare la pioggia, e questa volta dovrebbe essere più intensa. In origine, per via delle previsioni, volevo chiudere la pesca già oggi, ma visto l’andamento di tutta la spedizione resto fino a domani. Credo che questa decisione mi ripagherà.
Pioggia
Sono da poco passate le sette e le previsioni si avverano. Per ora le gocce cadono lentamente, sembra solo un piccolo acquazzone. Solo che questo piccolo acquazzone all’improvviso aumenta d’intensità e si trasforma in un vero diluvio.
Credo che ora non serva nemmeno descrivervi quando è arrivata la partenza attesa. Naturalmente, nel momento migliore. Forse dovrei ormai aspettarmelo e dormire direttamente con l’impermeabile addosso. Scatto di nuovo verso la canna e si ripete lo stesso copione. Un albero, un altro albero, la canna piegata a “U”. Nel giro di un minuto sono completamente fradicio e il pesce vola da un ostacolo all’altro.
Questa volta è davvero un combattente: non ne vuole sapere di farsi portare a riva. L’unica cosa che sono riuscito a vedere finora è che è una carpa a scaglie. E la sua pinna caudale? Con quella mi sta dando davvero filo da torcere. Dal guadino mi riparte almeno dieci volte e ogni volta devo allentare leggermente la frizione, altrimenti lo brucerei; queste fughe ravvicinate ormai non riesco più ad assorbirle con la mia Horizon. Alla fine si stanca e riesco a guadinarlo. Lo scaglioso è davvero ben costruito e, anche con i suoi sei chili, è un vero selvaggio.
In fretta, ancora sotto la pioggia, rimando il montaggio al suo posto e sparisco sotto il riparo. Vedremo se questa partenza è stata l’inizio della notte di oggi. Fuori continua a venir giù a secchiate, quindi preferisco tenermi addosso l’impermeabile e guardare le punte delle canne dalla “buca delle lettere”.
Abbiamo davanti l’ultima notte di questa spedizione. Magari arriverà ancora qualche mohicano, e questa volta vincerò io. Il tempo scorre lentamente e fuori è già buio pesto. La pioggia a tratti aumenta d’intensità e le gocce che cadono sul mio riparo si trasformano in un frastuono assordante.
Una nuova razza
Conto i minuti uno dopo l’altro e continuo a tenere d’occhio di sfuggita le punte delle canne. Il frastuono della pioggia che cade comincia a diventare deprimente, lentamente cedo alla stanchezza e il tempo si trascina a passo di lumaca. Per un brevissimo istante perdo di vista le canne e scorgo solo con la coda dell’occhio la luce del ricevitore. La pioggia ora tamburella così forte da coprire persino il suono della partenza: l’unica indicazione è la luce.
In fretta, alla luce della frontale, metto a fuoco le punte delle canne e nello stesso istante mi lancio sulla mia canna di destra. Quella che finora aveva dato solo partenze sporadiche. È sì a poca distanza dal mio hot spot, ma finora era stata attiva solo al minimo. Di nuovo indietreggio di qualche passo con la canna e sento una trazione molto forte. La sera, semplicemente, girano bei pesci.
Allontano lentamente il pesce dall’ostacolo, ma questa volta si comporta in modo diverso. Invece di tirare dritto via da me verso l’albero caduto, punta alla sponda opposta, sulla destra. Lì non c’è niente. Lì non ha scampo…
Errore. La carpa sa benissimo quello che fa; qui quello che non ne ha idea sono io.
All’improvviso il filo sfrega contro qualcosa e resto bloccato. Per un po’ sento ancora dall’altra parte il pesce che si dibatte, ma dopo qualche istante la resistenza cala, e perdo la carpa.
Abbiamo quindi un nuovo ostacolo. Un ostacolo che finora nessuna carpa aveva usato. Forse il resto di un vecchio tronco, forse un ceppo, oppure solo un ramo molto grande; non ne ho idea, sopra la superficie non vedo nulla.
Preparo ancora in fretta la canna e la rimando al suo posto. Alla fine del tempo di pesca manca ancora un’ora… quindi vedremo. Questa volta non succede più nulla e mi stendo di nuovo. Preparo le esche per la mattina.
Una sola arma
Eccoci all’ultimo giorno di pesca. La notte è stata folle e mi sento come se non avessi dormito affatto. Aspetta… io davvero non ho dormito! Alle quattro del mattino non ce l’ho proprio fatta. Ci riprovo alle cinque, sono ancora KO, ma devo: abbiamo in programma di partire verso mezzogiorno e magari arriverà ancora qualcosa. Quindi mando i montaggi nei miei soliti punti e torno a sdraiarmi. Ma non per molto.
Sono da poco passate le sei e scatto dal sacco a pelo direttamente verso la canna di destra. Il pesce sembra di nuovo appartenere a una categoria di peso leggermente superiore e, con mio orrore, sceglie lo stesso ostacolo della carpa della notte. Lo perdo di nuovo, e questa volta con tutto il montaggio. Non ho idea di cosa ci sia là sotto, ma appena entra lì, non ho scampo.
Sono demotivato e terribilmente stanco. Anche se ho davanti ancora cinque buone ore di pesca, appoggio la canna al bivvy e vado a dormire.
Non è passata nemmeno mezz’ora ed ecco un’altra azione, naturalmente sulla canna rimasta sull’hot spot. Questa volta la carpa segue il copione classico e dopo un po’ finisce nel guadino. È una piccola carpetta, sui quattro chili. Bagno solo l’esca nel dip, aggiungo il PVA e la rimando al suo posto.
Il montaggio è in acqua da poco più di mezz’ora e la canna si piega già di nuovo. Questa volta, anche se la partenza arriva dall’hot spot, il pesce punta dritto verso l’ostacolo fatale. Sono convinto che lo perderò di nuovo. Il filo sfrega, scivola su qualcosa, e all’improvviso il pesce è libero. Uf! Che sollievo.
La carpa, come la maggior parte dei pesci precedenti, ha una bella forza, mi riparte più volte, ma alla fine finisce nel guadino. Una splendida scagliosa, sui sei chili. La libero rapidamente dall’amo e la rimetto in acqua.
Ancora un ultimo lancio, quindi, e poi andrò a fare colazione e a preparare tutto. O almeno questo era il piano. Solo che ho lasciato ancora una canna in azione… e quell’azione va avanti fino alla fine.
Poco dopo colazione misuro di nuovo le forze con un altro combattente. Questa volta il pesce è più piccolo e, grazie alla notevole pratica fatta nel tirare fuori gli altri dagli ostacoli, so ormai esattamente cosa fare e come. Riesco quindi a guidarlo nella rete del guadino relativamente senza problemi.
Fino a questo momento, salvo due eccezioni, avevo preso solo carpe a scaglie. A salutarmi è quindi arrivata, per la terza volta, una specchi. Una specchi come si deve. Il pesce è sotto i cinque chili e ha quasi tanta altezza quanta lunghezza. Una piccola specchi splendidamente colorata, con un bel disegno di scaglie vicino alla pinna caudale.
Rimetto il pesce in acqua e comincio a smontare e ad asciugare al sole parte dell’attrezzatura. Come ho già detto, e non posso fare a meno di ripeterlo: questa spedizione è stata perfetta. Incredibile. È esattamente così che immagino l’inizio della stagione.
Smonto, ripenso a tutto e faccio un bilancio. E nonostante tutta la stanchezza, mi sento davvero bene. Ed è questa la cosa più importante. Il motivo per cui faccio tutto questo. Il motivo per cui amo così tanto la pesca e il tempo passato nella natura.
Ironia della sorte, ovvero la fine dell’hot spot
Ogni volta che scrivevo le parti intermedie di questo articolo e aggiungevo informazioni dopo ogni avventura vissuta, pensavo che meglio di così non potesse andare. O che ormai nulla mi avrebbe più sorpreso. Ma ancora non sapevo quale sequenza di eventi mi avrebbe aspettato alla fine.
Le cose sono ormai quasi asciutte e alla partenza prevista manca circa mezz’ora. L’ultima, o meglio l’unica canna, è ancora in acqua più che altro per abitudine. Piano piano pulisco il bivvy, che per circa mezzo metro da terra è completamente incrostato di fango per il diluvio di ieri. Ovunque cantano gli uccelli, ronzano gli insetti, una splendida giornata calda, piena di colori e di vita, come succede dopo la pioggia.
E all’improvviso… questa idilliaca perfezione viene squarciata da un frastuono pazzesco e da un colpo enorme sulla superficie. Mi giro e non credo ai miei occhi.
L’albero sotto il quale avevo pescato per tutto il tempo, l’hot spot che aveva funzionato così perfettamente… è sparito. L’albero non ha retto ed è caduto interamente in acqua. Naturalmente proprio sul punto di cui parlavo.
Il posto che era stato così frequentato dai pesci. Il posto che, per qualche motivo, era diverso. Guardando l’angolo del filo, sembra quasi che lì ci fosse una piccola buca proprio sotto i rami di quel vecchio tronco. Credo che con questo il posto sia chiuso. In quei rami, per come sono lì adesso, semplicemente non si può più pescare.
So già adesso di aver vissuto qualcosa che non si ripeterà mai più. In questo posto, in questa forma, nessuno lo vivrà più come l’ho vissuto io. Questo momento suggella tutto e lo rende ancora più forte, ancora più unico.
Resto lì in piedi, guardo, sono completamente fuori di me. E in quel momento mi rendo conto… che la canna è ancora in acqua. E indovina dove?
Proprio sotto l’albero caduto.
Beh, fantastico! Quindi ci lascio anche tutto il montaggio… Splendido, davvero splendido!
Ironia al quadrato
Prendo la canna in mano e so di avere un problema. Il montaggio non si muove di un millimetro. Provo più volte a fare pressione sulla canna e all’improvviso l’altro capo si libera. Tiro di nuovo un sospiro di sollievo, ma non è ancora fatta. Sento che probabilmente ho agganciato un ramo spezzato, e quello oppone una bella resistenza. Provo quindi più volte a tirare più forte, per vedere se riesco a liberarmene.
Solo che il ramo, invece di cadere, all’improvviso mi parte dritto di lato.
Per un attimo mi chiedo se sono impazzito, oppure se sia qualche strano pezzo di legno che, per la direzione della trazione e la resistenza dell’acqua, si muove lungo la via di minor resistenza. Un secondo dopo mi è tutto chiaro, e non ci credo.
All’estremità c’è una carpa. Ed è sorpresa quanto me.
Non capisco assolutamente come sia potuto succedere. È possibile che proprio nel momento della partenza gli sia caduto addosso l’albero e lo abbia intrappolato? Oppure ha abboccato esattamente nello stesso istante in cui sollevavo la canna? O si è semplicemente punto ed è rimasto fermo sul posto, ad aspettare cosa sarebbe successo? Probabilmente non lo saprò mai, ma come finale è incredibile. Se qualcuno un giorno mi raccontasse questa storia, gli crederei a metà. E sul resto penserei quel che penso.
Con questo, la mia avventura su un’acqua dimenticata è davvero giunta alla fine. Carichiamo tutte le cose di nuovo sul furgone e prendiamo la strada di casa.
Appena lasciamo questo luogo indimenticabile, dal cielo torna a cadere la pioggia e, come un sipario a teatro, chiude questa storia.
Una storia da un’acqua dimenticata, piena di pesci dimenticati.
Le storie migliori si diffondono in silenzio. Da un’acqua all’altra. Da pescatore a pescatore. Unisciti a chi va più a fondo.
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