Saint Cassien – Nel segno del whisky
Eccolo. Quel momento. Quella sensazione che rivivo ogni volta che ripenso a quell’esperienza. Poco dopo, quell’incredibile vecchio carpone era al sicuro nel guadino.
Il lago Saint Cassien. Basta pronunciarne il nome perché qualcosa di magico mi attraversi il corpo. Senza discussioni, è la più grande leggenda tra le acque da carpe del mondo, una meta che da diversi decenni richiama pescatori da ogni angolo del pianeta. Io volevo andarci anche solo per il fatto di esserci. Per respirarne l’atmosfera. Ci riuscii per la prima volta in primavera, nel marzo del 2006, e poi in inverno, nel gennaio del 2007. La prima spedizione, per me indimenticabile per sempre, l’ho raccontata nel libro Segreti di Carpa. La seconda fu decisamente diversa. Già solo perché arrivavo al lago per la seconda volta, e questo cambiava completamente le cose, dato che ormai ne avevo un’idea molto più precisa. Rispetto alla prima spedizione volevo anche modificare un po’ la tattica e decisi di provare ad attirare le carpe con una campagna di pasturazione più consistente. Inoltre avevo a disposizione 10 giorni di pesca, una volta e mezza il tempo della volta precedente. Un altro vantaggio era la presenza sul lago di molti pescatori cechi, tra cui Tomáš Blažek, che conosceva Saint Cassien molto meglio di me e al quale avrei dovuto unirmi. Con Tomáš ci conosciamo praticamente dagli inizi del carpfishing nella Repubblica Ceca. Insieme a lui e a Jaromír Kratěna eravamo una sorta di giovani leve che seguivano il rapido sviluppo che il carpfishing stava vivendo allora nella Repubblica Ceca, pescavamo insieme e fummo presenti alla nascita del Carp Club della Repubblica Ceca al fianco di Jaroslav Vítek, Vlastimil Vápeník e altre leggende della pesca ceca. Avevamo quindi molto in comune e non vedevamo l’ora di partire per quella spedizione insieme.
Non so se a Cassien sia ancora così, ma all’epoca le carpe reagivano molto bene ai boilies molto dolci. A Tomáš funzionavano soprattutto i boilies dolci all’ananas e anche i pop-up bianchi al mentolo che stavamo testando allora e che in seguito chiamai Segreto di Carpa. Forte di queste informazioni, il giorno prima della partenza preparai una quantità sufficiente di boilies e anche di pop-up, ai quali le carpe di Cassien rispondevano molto bene.
Proprio come durante la mia prima visita a Cassien, iniziai a pescare vicino al ponte. Tomáš arrivò dal braccio nord e pescammo insieme dalla stessa postazione. All’epoca a Cassien c’erano molti cechi. Quando sintonizzai la ricetrasmittente, sentivamo parlare soltanto ceco. La prima notte scoprimmo come stava andando agli altri. Ricevevamo notizie dal sud, dal nord e dall’ovest. Noi, però, iniziammo a concentrarci sul grande plateau che si può vedere dal ponte. Quando il livello dell’acqua scende, si pesca anche da quella lingua di terra. È un punto molto strategico, dove sono state catturate moltissime carpe leggendarie. La postazione vicino al ponte si trova nel punto d’incontro dei tre bracci. Quando i pesci sono in movimento, non si può scegliere un posto migliore. Io, però, non ebbi fortuna né la prima né la seconda volta. Così, dopo tre giorni, mi spostai con Tomáš nel braccio nord, dove si era liberata una postazione. C’erano molti cechi e noi cercavamo di avvicinarci alla diga. Tomáš si sistemò lì e riuscì a trovare posto anche Pepa Malý, che era venuto a Cassien con me. Per me non c’era più spazio e non volevo sistemarmi accanto ai ragazzi per non limitarli. Così andai sull’altro lato del braccio nord e tentai la fortuna lì. Il posto mi piaceva molto, perciò pasturai un’ampia zona con Ananas e proprio al centro del tappeto di pastura posizionai un boilie galleggiante a cinque centimetri dal fondo. Con questo assetto a Cassien erano già state catturate molte carpe. Quindi mi fidavo. È interessante quante carpe siano state catturate a Cassien con boilies galleggianti. Con chiunque abbia parlato di Cassien, che fossero amici cechi, tedeschi o italiani, la maggior parte aveva avuto esperienze positive con i boilies galleggianti. Le carpe di Cassien adorano le esche fruttate e molto dolci, vere e proprie caramelle!
Durante il giorno si abbatté una bufera di neve e le cime delle colline si trasformarono in un vero paesaggio invernale. Quando le nuvole sparirono e uscì il sole, mi godetti finalmente un po’ di pace. Ero seduto accanto al bivvy e facevo il pieno di energia con i raggi del sole, la quiete e quella vista incredibilmente bella sul lago. Aprii una bottiglia di vino locale e, per rendere tutto perfetto, mancava soltanto una partenza. Respiravo a pieni polmoni l’aria pulita e pensavo alla gente che, stretta nello smog della città, si accalcava sull’autobus per riuscire ad arrivare al lavoro in tempo. Respiravo molto profondamente.
A quel punto i ragazzi mi comunicarono via radio i primi successi. Tomáš aveva catturato una carpa comune e una carpa a specchi con un pop-up all’Ananas. Sembrava quindi che fossero nel posto giusto. Le mie canne, invece, non si muovevano affatto e nei dintorni non avevo notato la minima attività dei pesci. La cosa non mi dava una bella sensazione. Faceva buio presto, così rimasi sdraiato nel bivvy, a fissare l’oscurità e a pensare. La radio, sistemata sotto i bedchair, tornò a farsi sentire e i ragazzi mi dissero che da loro sembrava letteralmente una piscina. Le carpe saltavano come pazze e si muovevano dalla zona della diga. Io sul bedchair non riuscivo a stare fermo e avrei voluto solo raccogliere tutto e raggiungerli. Da me l’acqua era completamente morta. Mi tornò in mente la spedizione primaverile, quando le carpe saltavano proprio sopra le mie montature e io non riuscivo a ottenere una partenza. Pescavo a quindici metri dalla riva e avevo posizionato un pop-up a 15 cm dal fondo. Ben profumato. Ero seduto su una pietra poco distante dall’acqua e osservavo lo spettacolo delle carpe. Non era una sola. Erano diverse. La cosa interessante era che all’inizio si limitavano ad affiorare incurvando il corpo, un po’ come fanno i delfini, poi cominciarono a saltare nel modo classico. Saltavano molto vicino alla riva e l’acqua era limpida, così potei notare che dopo ogni salto si formava intorno a loro una leggera nube di torbido sulla superficie. I pesci si stavano alimentando e dalle branchie cadevano piccoli pezzi di cibo. Era evidente che mangiavano. Accidenti, che botte. Saltavano completamente fuori dall’acqua. Lì valeva davvero il detto: «La carpa salta, il pescatore piange!». Lo spettacolo durò circa un’ora, finché ripulirono il mio posto da tutta la pastura e poi sparirono, chissà dove. Il giorno dopo mi spostai. Nella nuova postazione le carpe non saltavano affatto, ma ebbi una partenza e catturai una splendida carpa a specchi di 21 kg. Sono convinto che, non appena le carpe capiscono che sei sulla riva, riescono a diventare molto più prudenti e nel tuo raggio d’azione commettono raramente un errore. Quella volta mi spostai tra le rocce, dove probabilmente riuscii a sorprendere una magnifica carpa a specchi, e la notte successiva ottenni due partenze, una delle quali mi regalò una carpa a specchi bluastra di 17 kg. Tutto questo mi passò per la testa nel braccio nord, mentre aspettavo la mia prima partenza. Quando pesco da solo, ripercorro mentalmente tutte le esperienze vissute sull’acqua. È molto più facile che quando si pesca in compagnia. Avevo la testa piena di idee e pensieri. A notte fonda mi addormentai. Al mattino mi svegliò il rumore di una barca in arrivo. Era Tomáš, che mi annunciò di avere un’altra carpa a riva e mi disse anche che Pepa aveva un forte mal di denti e doveva tornare a casa, quindi avrei dovuto trasferirmi al suo posto. In due giorni e mezzo Pepa aveva catturato lì una carpa di circa dieci chili. Era un risultato decisamente migliore del mio. Dall’altra parte della baia c’era semplicemente attività. Cercavo di convincere me stesso, perché a volte sono molto indeciso se spostarmi oppure aspettare. Una cosa era certa: se non avessi preso il posto di Pepa, nei giorni successivi non avrei più avuto la possibilità di sistemarmi lì. Cassien era, come sempre, pieno fino all’inverosimile. Non c’era nulla da decidere. Si era accesa una nuova speranza. Ma mentre parlavamo, lo swinger mi si attaccò alla canna e la bobina cominciò a girare. Tomáš saltò con me sulla barca e partimmo sull’acqua. Oh, che sensazione. Il sole splendeva e sotto la barca combatteva una carpa. Guardavo nell’acqua, impaziente di vederla finalmente. Dalla trazione non sembrava certo un gigante, ma non si sa mai. Grazie all’acqua limpida la vidi presto. Doveva pesare sui dieci, dodici chili. La mia prima carpa invernale di Cassien finì nel guadino e io mi sentii rinascere!
Portammo la carpa a riva e Tomáš mi fece qualche foto con lei. Appoggiai la canna al bivvy, mi sedetti e iniziai a pensare a cosa fare. La situazione si era un po’ complicata. Se quella carpa non avesse abboccato, la decisione sarebbe stata presa. Avrei raccolto tutto e sostituito Pepa. Era stato un caso? Oppure avevano trovato la mia zona pasturata e potevo aspettarmi altre partenze? Se non mi fossi spostato, il posto sarebbe stato occupato di nuovo da qualcun altro. Tomáš tornò alla sua postazione. Avevo bisogno di un po’ di tranquillità per poter decidere. Mi ponevo diverse domande. Alla fine decisi di trasferirmi. Non c’era modo di ragionarci in maniera logica, statistica o in qualcosa di simile. La pesca, spesso, non è affatto logica. A volte bisogna semplicemente decidere seguendo ciò che si sente, e quella volta feci così. Mi piace conoscere laghi nuovi, ma anche posti nuovi sullo stesso lago, quindi spostarmi non mi crea il minimo problema. Senza contare che sono il tipo di pescatore che si porta dietro qualche paio di calzini, un po’ di scatolame e, al posto di una sedia, preferisce sedersi su un secchio. Così, nel giro di dieci minuti, avevo già tutto caricato sulla barca e mezz’ora dopo occupavo l’altra sponda del braccio nord. Non ricordo nemmeno più a che giorno di pesca fossi arrivato. Credo fosse il quinto o il sesto. Il tempo passava, ma mi restavano ancora abbastanza giorni per migliorare il risultato. Anche se avevo fame, diedi un morso a una baguette ormai mezza dura e partii a sondare il nuovo posto.
Alla sinistra della mia postazione c’erano delle rocce. Il fondale scendeva rapidamente, o meglio, precipitava quasi in verticale fino a 20 metri di profondità. Pensai che forse non fosse proprio il posto ideale. Quando mi avvicinai in barca alla sponda rocciosa, notai che in alcuni punti le pareti erano ricoperte di alghe e che vi si trovavano anche delle chioccioline d’acqua. Mi venne subito in mente quanto potesse essere facile, per una carpa, nutrirsi lì. Provate a immaginarlo! La carpa non avrebbe dovuto inclinarsi in modo particolare né scavare da nessuna parte, avrebbe semplicemente potuto “staccare” la fauna acquatica dalla parete e mangiarla insieme a un po’ di verdura, cioè alle alghe. Dalle acque più profonde, favorevoli e calde le sarebbe bastato risalire un po’ per potersi alimentare. E senza consumare molta energia. In pochi istanti tutta questa teoria mi passò per la testa. Dovevo riuscire in qualche modo a portare lì una montatura. Io e Tomáš pescavamo già da circa un anno con il filo di rottura, quindi eravamo diventati piuttosto bravi a presentare un’esca oltre una baia o sopra un albero, ma come si poteva presentare una montatura sulla parete di una roccia?
Avevo trovato la soluzione. Incastrai un bastone tra le rocce e da lì sospesi la montatura con un sistema a filo di rottura. L’inclinazione ideale della roccia per sistemare la montatura arrivava soltanto fino a un metro di profondità. «Hm… non è proprio molto, ma perché non provare?», pensai. La lieve inclinazione della parete mi garantiva che il filo non attraversasse la colonna d’acqua, ma restasse appoggiato alla roccia. Con la mano sistemai tutto esattamente come mi serviva. Camuffai ancora alcuni elementi della montatura e, infine, agganciai la lenza madre a un galleggiante di sgancio fissato al bastone. Solo allora aprii l’archetto del mulinello e, con la barca, riportai la canna sul picchetto. Dalla punta della canna il filo percorreva circa 50 metri in aria fino al bastone incastrato nella roccia. Lì era legato al galleggiante con un filo dello 0,16 e da quel punto scendeva direttamente in acqua. Avevo studiato tutto in modo che, se una carpa fosse partita, il filo sottile si sarebbe spezzato e il piccolo galleggiante, collegato con un moschettone alla lenza madre, sarebbe schizzato lontano dalle rocce mantenendo il filo a una distanza di sicurezza dagli spigoli più taglienti. Beh, con questa mi ero proprio divertito.
Avevo innescato un boilie tagliato. Per la pasturazione schiacciai dei boilies ammollati fino a farne un impasto. Lo pressavo nelle fessure tra le pietre, in modo che restasse lì senza scivolare verso il fondo. Non mi venne in mente altro. Sul posto intorbidii anche un po’ l’acqua con boilies schiacciati, cercando di creare una specie di zuppa di boilies. Volevo soltanto lasciare nell’acqua una traccia di cibo. Valeva la pena provarci. Quando di notte, alla luce della luna, guardavo le cime delle canne, mi dicevo che probabilmente ero matto. Che cavolo mi ero inventato stavolta. Tomáš venne a trovarmi in barca e ci scherzammo sopra, dicendo che lì avrei preso al massimo qualche bestia preistorica delle rocce. Ma poco dopo, quando la cima della canna tremò e poi si raddrizzò, smisi di ridere. Il filo si allentò, il filo di rottura cedette e io afferrai la canna iniziando a recuperare. Non sentivo alcuna resistenza. Non sapevo se un gufo o un pipistrello fosse finito nel filo di rottura. Recuperai il filo in bando e dopo un po’ cominciai a sentire una leggera resistenza. Nulla di importante. «Ah, allora ti ha beccato un bel bremotto», scherzò il mio compagno. Caricai la canna e iniziai a tirare il pesce verso di me più in fretta. Quando arrivò a pochi metri dalla riva, diventò un po’ più pesante. «Ah, una piccola carpa, altro che bremotto», pensai contento. Chiesi a Tomáš di aiutarmi a slamare il pesce. Accese la frontale e all’improvviso gridò: «Porca puttana, ma mi prendi per il culo? Altro che breme. Questo è un porco. Cazzo, che pesce, questo è sicuramente sopra i venti!». La frizione del mulinello iniziò a cantare e con una breve fuga il pesce sprofondò verso il fondo. Non aveva molta forza, questo davvero no, ma dentro di me il sangue prese a correre a una velocità folle in un solo istante. Eccolo. Quel momento. Quella sensazione che rivivo ogni volta che ripenso a quell’esperienza. Poco dopo, quell’incredibile vecchio carpone era al sicuro nel guadino. La tensione lasciò il posto a un’esplosione di euforia e io ero fuori di me dalla felicità. Subito dopo le foto entrai in acqua con la carpa, ancora vestito. Era gelida, ma quel pesce ne aveva bisogno. Gli aiutavo a mantenere l’equilibrio e lo sostenevo finché non riuscì a ripartire. Era davvero un vecchietto. Quando tornò nelle profondità, iniziai a collegare alcuni particolari e poco dopo partii in barca nel buio. Dove altro, se non verso quelle zone rocciose da cui arrivano le breme più grosse! Le carpe erano davvero lì, così presi più della metà della pastura che mi restava e pasturai un’ampia zona. Usai circa 20 kg di Ananas e un po’ di tiger nut. Dall’altra parte «Blažena» pasturava in modo simile, così avevamo tutta la baia preparata con la stessa esca. Le carte erano state distribuite!
I giorni successivi portarono molte catture e noi facevamo avanti e indietro attraverso la baia per poterci fotografare. Vivevamo momenti incredibili, di quelli che semplicemente non si possono dimenticare. Non so esattamente come nacque quella storia, ma in una rivista Karel Nikl raccontò una sua spedizione a Cassien, dove si era portato una bottiglia di whisky nel caso fosse riuscito a prendere una carpa da venti chili. Siccome non ci riuscì, nascose la bottiglia chissà dove e, tramite i media, fece sapere che il primo ceco a catturare una carpa sopra i venti chili avrebbe dovuto contattarlo, così gli avrebbe rivelato dove l’aveva nascosta. Chi conosce «Blažena» sa che non gli ci volle molto per trovare quella bottiglia. Quando eravamo ancora seduti vicino al ponte, «Blažena» si alzò, iniziò a perlustrare con attenzione i dintorni e a girare le pietre. Pensavo che forse avessimo davvero bisogno di prendere un pesce, perché quel digiuno stava facendo strani effetti alla gente. Continuò a rovistare e poco dopo tornò con una bottiglia di Jameson, dicendo: «Andiamo a nord e questa bottiglia viene con noi, così non dovremo tornare a prenderla!».
Ricordo quel momento come se fosse successo poco fa. C’erano circa cinque gradi e ci investiva una pioggia gelida. Una partenza seguiva l’altra e noi, con i vestiti fradici, correvamo sulle pietre cercando di immortalare con la macchina fotografica quei momenti di felicità l’uno per l’altro. Era più o meno ora di pranzo. Era stata una mattinata incredibile. Quando avevamo già preso diverse carpe sopra i 20 kg e per un momento ci ritrovammo tutti nel bivvy, «Blažena» tirò fuori la bottiglia da sotto il bedchair e mandò un SMS a Karel, in Repubblica Ceca, dicendogli che il Jameson scorreva a fiumi. Quel giorno, anzi tutta la spedizione, ce la godemmo davvero fino in fondo. Fu una spedizione completa sotto ogni aspetto. Per quanto mi riguarda, posso dire che all’inizio faticai parecchio e forse, se non fossi riuscito ad arrivare alla diga, avrei lasciato Cassien sconfitto. Probabilmente sarebbe andata proprio così. Quanto conti il posto e quanto sia importante trovare i pesci non credo di doverlo spiegare a nessun pescatore.
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